Come oggi per fare il segno di “vittoria” si protende il braccio e con l’indice e il medio divaricati si innalza il segno V, così attraverso i lunghi secoli che vanno dal più oscuro Medio Evo fino all’ Età dei Comuni lo stendardo della “Croce Rossa in campo bianco ” detto anche “Croce di San Giorgio” si è affermato con la stessa simbologia: Vittoria!  E nel tempo, per una serie di motivi in cui si mischiano leggenda, cronaca e storia, questa bandiera è venuta a identificare la Repubblica di Genova e la stessa Città

Il simbolo è la sintesi di due leggende nate in età ancor più antica, tra il 280 e il 320 dopo Cristo: la leggenda di San Giorgio che sconfigge il Drago e la leggenda di Costantino Imperatore Romano che prima della battaglia di Ponte Milvio vede in sogno l’apparire in cielo della Croce con la scritta “con questo segno vincerai!”.

L’ uso dello stendardo con la croce rossa in campo bianco, innervato con il culto di San Giorgio, divenne popolarissimo in tutto l’Oriente bizantino e anche in Occidente, nei territori che più a lungo furono sotto l’egemonia di Bisanzio, tra questi Genova che vi rimase fino ai primi decenni del 600.  Poi superata l’invasione longobarda, fatta barriera, anche con la diplomazia all’egemonia carolingia, e con la guerra marittima alle scorrerie arabe che imperversavano nel Mediterraneo, Genova riuscì nei secoli successivi a costruire le basi della propria autonomia simboleggiata dal simbolo antico, monopolizzato e riconosciuto come la sua bandiera: la croce rossa in campo bianco con cui le navi di Genova battevano tutto il Mediterraneo: il simbolo della Repubblica. Ma l’affermazione non fu senza tragedie.

Il 25 agosto dell’anno 935 Genova fu assalita, saccheggiata e incendiata da qualche migliaio di corsari arabi piombati dal mare con 200 galee alle prime luci dell’alba. La maggior parte dei genovesi di età valida era per mare impegnata nel consueto commercio di breve cabotaggio lungo le coste del Mar Tirreno settentrionale. Gli altri abitanti, salvo modesti presidii subito travolti, erano ancora nel dormiveglia. I pirati entrarono nelle case, le saccheggiarono, uccisero gli uomini, rapirono donne e bambini. La cattedrale e le chiese furono bruciate. Dopo quest’inferno gli arabi se ne andarono e gli abitanti catturati furono poi venduti come schiavi. Per tutta la Città rimasero migliaia di cadaveri, rovine fumanti e devastazione.

Ci vollero quasi venti anni perché i Genovesi potessero preparare la vendetta. Fu costruita una cinta di mura presidiata da milizie scelte e torri d’avvistamento lungo la costa. Nei cantieri navali e nella darsena furono costruite e allestite centinaia di galee con la formazione di carpentieri, maestri d’ascia, esperti di navigazione. Nelle piazze d’armi si formarono corpi di balestrieri divenuti poi temuti e famosi per la loro combattività.

Non attesero gli attacchi. Ma iniziarono loro stessi una guerra da corsa lungo le coste e nell’aperto Mar Mediterraneo.  Assalirono gli insediamenti arabi dislocati sulle rive della Spagna, nelle isole Baleari, in Corsica e in Sardegna, spingendosi a difesa dei convogli mercantili genovesi fino a perlustrare e minacciare le colonie arabe stabilite in Africa Settentrionale. Le navi Genovesi in navigazione cominciarono a segnalarsi con la bandiera di San Giorgio, croce rossa in campo bianco.

Poi ci furono i Trattati con l’Impero, conservati nel Codice Diplomatico della Repubblica di Genova, che “confermavano interamente ai Genovesi tutta l’autonomia e tutti i possedimenti che detenevano anche per consuetudine e comandavano che nessun feudatario o vassallo dell’impero osasse entrare nei loro territori o recar loro alcun attacco o molestia”. Ciò era dato agli habitatoribus in civitate Ianuensi” in cambio della difesa della costa e della navigazione per tutto il Mediterraneo occidentale.

Il vessillo di San Giorgio venne così ad identificare direttamente la Città, con la esenzione da altri tributi all’Impero. La repubblica infatti “con l’aiuto di Dio, scacciava l’impeto e l’insulto dei barbari che altrimenti vesserebbe quotidianamente tutto il mare da Roma a Barcellona, così che adesso chiunque poteva dormire sicuro all’ombra del suo fico o della sua vigna.”. Dunque ogni altra imposizione sarebbe assolutamente indebita ” poiché l questo risultato non potrebbe essere raggiunto dall’Impero neppure con una spesa annuale di diecimila marchi d’argento”.

In seguito a questi Trattati frutto di un’accorta diplomazia la bandiera di San Giorgio fu assunta ufficialmente come bandiera della Repubblica di Genova e con tale riconoscimento venne ad affermarsi stabilmente già nel primo secolo dell’anno 1000.

Le navi della Repubblica riconosciute dalla bandiera con “croce rossa in campo bianco” godevano del timoroso rispetto di ogni altro naviglio piratesco, per lo più arabo o comunemente detto saraceno, che incrociasse nel Mediterraneo: …”Genovesi! Meglio girare al largo”.

Fu così che flotte di altre Nazioni amiche o alleate trattarono con Genova per poter essere autorizzate ad issare sulle loro navi l’insegna genovese che gli garantiva una buona sicurezza da attacchi pirateschi. Nel 1190 la Corte di Londra chiese ed ottenne l’autorizzazione ad issare bandiera di Genova sulle proprie navi in navigazione nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Per questa autorizzazione si impegnarono a corrispondere alla Repubblica di Genova un tributo annuale.

Dopo la scoperta dell’America, nel corso dei secoli, mutarono i rapporti di forza tra le potenze marittime. Analogamente a quanto era avvenuto per la Repubblica di Genova, e per la stessa sintesi di leggenda, cronaca, potenza effettiva, la bandiera di San Giorgio è diventata così la bandiera dell’Inghilterra stessa.

Il tributo che Londra si era impegnata a versare a Genova è caduto in desuetudine.

di Gioachino d’Agostini

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